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CONSIGLI DI LETTURA

(foto di Dino Ignani)

Rubrica di consigli letterari aggiornata aperiodicamente.



Ottobre 2020




"Scrivere è amare di nuovo" di Rossana Campo è uno dei più bei libri che mi sia capitato di leggere ultimamente. Ho ritrovato la dolcezza dei laboratori di scrittura di Rossana, che per certi versi sono anche dei laboratori di analisi del sé, in cui attraverso la letteratura si è chiamati a intraprendere un percorso iniziatico per cambiare la propria vita. 

La Campo è una ribelle, i suoi libri incidono profondamente sulla realtà, chiedendo ai lettori di andare in profondità nella vita apporta dei cambiamenti sostanziali nella costruzione dei rapporti con gli altri. Lei è una rivoluzionaria perché dice ciò che nel resto dei laboratori di scrittura, editing, e in altri laboratori redazionali non sentirete mai: non esistono regole predefinite, buona scrittura prefabbricata, esiste la possibilità di avvicinarsi alla verità di quel che si è, in ultimo, una sola storia originale: la propria. 

Non si scrive con le parole, si scrivono le parole perciò Rossana Campo mi fa pensare alla Lispector, la cui lingua sorgiva crea mondi. La scrittura è una seconda nascita e si nutre di tutto ciò che può: letture, arte, filosofia, amori, sofferenza, gioia, spirito d’osservazione, sensorialità, percezione, emozioni, consapevolezza. In questo libro, se lo leggete attentamente, è delineato un percorso di letture che è anche un percorso che conduce dalla percezione alle emozioni, dalla scoperta della propria personale natura alla scoperta di un’etica, un modo per stare con gli altri. Da Nietzsche a Virginia Woolf, passando per Marie Cardinal e Gertrude Stein, Rossana Campo ci invita a scoprire l’outsider interno e a prendercene cura, solo così potremo dire qualcosa di vero con la scrittura. 

Con un’attenzione particolare alla letteratura delle donne, a partire dall’istanza sia politica sia mistica, della donna come creatura capace di una potente interiorità, Rossana delinea un mondo che non è mai uguale per tutti, ciascuno può scoprire il proprio e raccontarlo. Perciò, buttate i manuali di scrittura, leggete, studiate e scrivete con amore per voi stessi e per il mondo.


«Quando scrivete, perdete il controllo, non lasciatevi irretire dal pensiero ordinario. Nella vostra vita, buttatevi in situazioni nuove, e poi scrivetene. Se tutti pensano che un barbone seduto su una panchina con una mezza dozzina di bottiglie di birra vuote intorno sia qualcosa che va immediatamente giudicato e schifato, voi potrete invece aver voglia  di fermarvi a fare due chiacchiere con lui, e guardando da vicino i suoi occhi azzurri e le rughe e la pelle sporca indovinare il ragazzo bellissimo che doveva essere a sedici, diciassette anni, e immaginare la sua storia».


Rossana Campo "Scrivere è amare di nuovo" (Giulio Perrone Editore, 2020)





Giorgio Ghiotti è un poeta che raggiunge la complessità mediante la semplicità. I suoi versi sono intrisi di una profonda consapevolezza e cultura poetica, di una precisa scelta stilistica e, se vogliamo, politica. 

Le parole sono un alfabeto primitivo, possono al tempo stesso disvelare e velare, arrivare all’emozione in modo obliquo, quasi per caso, mentre si passeggia per le strade di Roma, Bologna, Milano, città che sono sempre qualcosa in più che semplici luoghi.

L’adolescenza, la giovinezza, una specie di malinconia, la capacità di raccontare la vita, nel frastuono e nel silenzio, e l’amore, con eleganza, senza mai dire troppo: la sua è una poesia del non detto. Dalla scuola romana mutua la capacità di raccontare l’essenza dei personaggi con poche pennellate, e dalla classicità, invece, tutta l’eleganza del sottaciuto.  


(Che cos’è la poesia?)


È un barlume, una storia segreta,

Un parlare fitto di voci

Che neanche sono più qui.

Calendari privi di date, alte e basse maree,

rapide e sponde. È nome che ad altro 

nome risponde. È un indugio della memoria,

Barlume e storia segreta.

È musica del tempo che ci allieta.


Giorgio Ghiotti “Alfabeto primitivo” (Giulio Perrone Editore, 2020)




Simone Consorti è capace di scrivere con pungente ironia, lasciando una traccia sulle macerie del presente, con una voce unica, insieme disperata e divertente; tanto più disperata quanto più ironica, di una spietata crudeltà che però va nel profondo, sembra un gioco, ma è un gioco serissimo, che rivela gli aspetti più inquietanti della nostra quotidianità.

"Vi dichiaro marito e morte" sono dieci racconti d'amore e morte, ma senza traccia di romanticismo. In "Portare il cuore di un santo" un uomo cinico, che avvelena animali senza un reale motivo, porta, a seguito di un trapianto, il cuore di un parroco diventato, dopo la sua morte, santo, suscitando gli interessi di un politico populista, che vorrebbe manipolarlo ricattandolo. Ne "Il prescelto" un predicatore, considerato dalla sua setta una specie di santone, organizza un suicidio di massa, ma è indeciso se unirsi ai suoi adepti. In "La pallottola d'argento" due coniugi si litigano l'affidamento di un figlio, ma, contrariamente al celebre film Kramer contro Kramer hanno tante ombre nella loro vita. In "Al mio paese le donne non parlano" quattro ragazzi italiani, vivono una disavventura in Marocco. Sono costretti a comprare una quantità enorme di fumo e litigano furiosamente su cosa farne. I due racconti incentrati sulla paternità, ovvero, "Lei è il papà di Federica?" e "I papà di Anna" affrontano, in chiavi e con toni diversi, il tema dell'impotenza dei genitori nel guidare la vita dei figli.



«Sono solo tre, le pasticche finte. Le altre sono tutte avvelenate e contengono una dose letale. I miei discepoli loro sono quattrocentotrenta, tutti in fila, ognuno ad attendere la sua pasticca come un’ostia a Pasqua. Nemmeno Gesù avrebbe fatto tanto. Lui offriva la resurrezione, non la morte, altrimenti chi l’avrebbe messa in bocca, quella sua ostia! I miei discepoli, invece, lo sanno che in questo mondo non ci ritorneranno; ne erano consapevoli già quando hanno varcato il cancello di questa tenuta, ma tanto più lo sono adesso, non possono non esserlo, dopo il mio discorso di ieri. «I reparti speciali sono a pochi chilometri» li ho informati dall’altare, guardando negli occhi la folla anonima. «Hanno un permesso per entrare. E un altro, firmato dal Governatore, per sbattermi in carcere. Così ho deciso di precederli e raggiungere domattina stessa all’alba nostro Signore. Chi verrà con me sarà salvo; chi, invece, vorrà andarsene è libero di farlo». In realtà, le cose non stavano proprio così: le mie guardie pattugliavano il recinto e, comunque, stanotte solo in venti hanno provato a scappare e in pochissimi ci sono riusciti; qui dentro i reparti speciali non troveranno traditori, semmai gente fedele, che ha fatto fino in fondo il suo percorso. Sta di fatto che, se si avventureranno fino al bosco, scoprendo le sepolture senza date né nomi, penseranno subito a fosse comuni. A quel punto, per me formalizzeranno l’accusa di eccidio, aggiungendola a quelle di circonvenzione, plagio, sequestro di persona, estorsione aggravata, tortura e riduzione in stato di schiavitù. Insomma, un lunghissimo elenco, una specie di record, e tutti i miei discepoli erano indignati, ieri, quando gliel’ho letto. Adesso sono in fila per guardarmi da vicino e ascoltare quel che gli dirò personalmente; sarò la loro immagine finale e l’ultima frase che udranno prima di trapassare. Io, invece, me ne andrò dopo aver guardato negli occhi tutti loro. Dicono che, nell’ora del Giudizio, ti passi la vita davanti, ma io, faccia dopo faccia, vedrò sfilare la vita degli altri».


Simone Consorti “Vi dichiaro Marito e morte” (Ensemble, 2020) 




"Amorosa" è un libro coraggiosissimo: un’autoproduzione, Cataldo Dino Meo ha una voce poetica violenta, nichilista, appassionata, propria di una belva ma allo stesso tempo piena d’amore. La sua è una poesia complessa, difficile ridurla a poesia emozionale, non basta, a tratti diventa un’indagine dell’animo umano, dai risvolti più inquietanti, a tratti, si diceva, una dichiarazione d’amore. 
La prima volta che l’ho incontrato l’ho definito poeta rock, le sue liriche, proibite, dissonanti, stanno a cavallo tra la poesia di Antonia Pozzi e i brani del primo Giovanni Lindo Ferretti. 
Il libro contiene anche fotografie e indicazioni per accedere ai videoclip: Cataldo Dino Meo è un artista eclettico, poeta rock, performer, attore, regista, videomaker con Antonio Meo.  

Riporto qui gli ultimi versi del componimento più bello del libro: "Visione di Antonia Pozzi".


...

Nasci fanciulla,

tramutata dagli dèi in maschio 

e reso invulnerabile.

Sotterrato da una gragnola 

di tronchi d’albero 

nel corso di un’imboscata tesa 

dai tuoi nemici incapaci 

di catturarti, ti libri in volo

ritornando portentosa 

femmina 

di Astore del Nord.


Cataldo Dino Meo “Amorosa” (VideoAlok, 2020)


Settembre 2020


"Vodka Siberiana" è il nuovo libro di Veronica Tomassini, si tratta di un’autopubblicazione, perché la scrittura è un lavoro (oltre che una vocazione) e deve essere retribuito degnamente. La voce di Veronica Tomassini è unica, ineguagliabile, per questo ciò che si dovrebbe augurarle è di vivere di scrittura, dal momento che ne ha diritto più di molti altri. 

Nel romanzo abbiamo due mondi che si compenetrano, a tratti s’identificano: l’est e il sud, narrati mediante lettere che non sono lettere ma funzioni religiose. Protagonista, una donna che ricorda il passato in seconda persona, un passato destinato a un altro sé, che accoglie il vissuto frammentato nel tempo, le sue relazioni tossiche eppure estremamente umane, proprio per questo estremamente umane. Vite marginali, ebbre, trafitte da un desiderio implacabile d’infinito. 

Veronica Tomassini racconta il disagio, la povertà, la periferia ma lo fa con una tenuta stilistica altissima, in ciò risiede la sua sfida: raccontare storie minime con una lingua massima, rendere onore alla disperazione. La differenza è il segno che si fa chiodo, il tratto costitutivo dell’esistenza, ciò che ci rende dissimili dalla bestia e dall’ordine numerico. 

I paesaggi sono metafisici, anche se possiamo intuire dove ci troviamo, dai nomi, dai riferimenti letterari, dalle insegne, dalle descrizioni liriche, in realtà siamo in un altrove assoluto, dentro un'anima, in una periferia archetipica.

Veronica Tomassini prende le mosse da Limonov di Carrère, lo fa proprio, e narra una storia che non può essere disgiunta dal vissuto, dalle suture della memoria. 

Il coraggio della Tomassini è triplo: storie dal margine, lingua altissima e, per di più, questa volta, autopubblicazione. 

Come scrive Davide Brullo su Pangea, stiamo assistendo a una rivoluzione e, anche, a una chiamata (sia nel senso di vocazione che nel senso di chiamata alle armi). 

 

«Parlavi con il professore ed era bizzarria e stranezza ovunque e ovunque per questo si ristabiliva l'ordine giusto dei fatti, che si succedevano, abnormi, compassionevoli, in casa della creaturina tutto era perdono. La vita stessa entrando in casa della creaturina diventava una preghiera incessante, voi con le vostre sventure, la vostra amoralità sopra la considerazione del buon gusto, diventavate preghiera, persino voi, intendendo la breve ressa convulsa di richiedenti qualcosa. Derelitti, orfani dell'indulgenza e tuttavia affogati nell'indulgenza che vi attraversava, come una ferita si apriva e lasciava che esondando l'empietà si colmasse di mestizia e misericordia. Misericordia. Hai cominciato allora forse - non ricordi bene, ma è probabile - a pronunciare la parola: misericordia. E più terribile dell'amore è la pietà. E ancor di più la misericordia. Terribile: che non ha mai fine. Terribile come un confine dell'eternità. 

Vedi? Non sono folgorazioni? Tutto sommato, non lo sono? 

La pietà ti è stata inoculata anche se vogliamo. Con quella gente lì, quei balordi. Come Limonov guardando al suo paese dopo Chruscev, Breznev. La sua gente. Un popolo che non avrebbe avuto mai una vita normale. Piuttosto - scrive Carrère - volti verderame, ma mai rubicondi. Piuttosto treni devastati dall'uggia, un'uggia sovietica, la povertà costipata, come in una camerata, passeggeri miseri, con miserie in valigie legate, disadorne provviste, conserve nauseabonde. Una rimessa insopportabile di umiltà e resa. Limonov indovina il terrore ingenerato dalla pietà. Un terrore che non sa smettere, l'espiazione su larga scala, rimbalza fino a noi, diventando pietà, preghiera. O lo chiamerai terrore.» 

 

Veronica Tomassini "Vodka siberiana" (autoproduzione, 2020) - in via di pubblicazione (23 settembre) e già ordinabile presso l'autrice.



***




Marilù Oliva ci consegna un libro coraggioso e difficile (da scrivere, non da leggere): una riscrittura dell'Odissea al femminile, mediante i monologhi di Calipso, Nausicaa, Circe, Atena, Le Sirene, Euriclea e Penelope. La lingua è pura, trasparente, a tratti pulsionale e irruenta, la scrittura di Marilù, sempre attenta agli aspetti noir, non tralascia quei dettagli macabri e scabrosi propri della Grecia arcaica. 

«È da tanto che io e le mie sorelle aspettiamo che passi qualcuno per spolparlo di carni e midollo e lasciar poi luccicare le sue ossa al sole, come miriadi di trofei, scolpiti dalla morte che decorano le coste della nostra isola.» 

Marilù Oliva "L'odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre" (Solferino, 2020)

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Mariano Lamberti ha scritto una silloge di poesia metafisica, poesia religiosa, ma a partire dalla propria biografia: il rapporto con il padre, l'amore, il cinema e, infine, la mistica buddista. Con la semplicità dei suoi versi rende possibile l'accesso alla grande complessità della filosofia orientale.

Fukyo non insulta lo specchio
ma gli regala l’inchino delle stelle
la maestosità dell’onda solitaria
la bellezza della polvere su di un petalo
il silenzio delle parole abbandonate
sulla punta del coltello.

Mariano Lamberti "Fukyo" (Nulladie, 2020)

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Andrea Pomella scrive del ritorno di un padre abbandonato dal figlio, rovesciando l'archetipo dell'orfano; anche in questo libro, come ne "L'uomo che trema", stupisce la prosa lucidissima, colta ma accessibile, che accompagna il racconto di un dolore mai urlato. La narrazione di Pomella è molto personale stilisticamente, procede attraverso una commistione di registri, diaristico e saggistico. Il tema del tradimento emerge con delicatezza, come una forma di umanità, e dunque fragilità, e s'intreccia inequivocabilmente ai temi del senso di colpa e del perdono.

«Ascoltare la voce di qualcuno per la prima volta può significare distruggere l'immagine che ci eravamo costruiti di quella persona. E in effetti la prima frase che le ho sentito pronunciare è stata uno choc. Mi trovavo in camera da letto, in piedi accanto alla finestra, erano le undici di sera, dai fori della serranda filtrava appena la luce del lampione in giardino. Fissavo un punto, un punto neutro che mi aiutava a rimanere saldo, a non lasciarmi trasportare dall'eccitazione e dallo sbandamento. Il suo ciao è risuonato in me come trasportato da una cantilena, o da un lamento lontano». 

Andrea Pomella "I colpevoli" (Einaudi, 2020)


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Marino Magliani ha scritto un romanzo eterno: nonostante sia ambientato nel 2024, sembra un classico, prima di tutto per lo stile pregno di descrizioni, che ripristina una lentezza colpevolmente perduta; e poi per le ambientazioni altre rispetto a quelle dei nostri racconti cittadini. Sembra che il protagonista di questa storia abiti un mondo premoderno, o oltre-il-moderno, con tutto il carico di bellezza e ferocia che la natura sa offrire. La prima parte è ambientata nella zona della Val Prino, e la seconda, in cui il protagonista Leo si mette in cerca dell'unico uomo che gli ha voluto bene da bambino, in Argentina, ma si tratta di un'Argentina con discreti tratti distopici.

«Erano i giorni in cui alla villa combinava poco, si era raffreddato e sentiva tutti quanti sul corpo i suoi quasi sessant'anni. E la vita grama fatta da giovane a scalare ulivi e a dormire nei rovi in attesa di una bestia. Il mattino provvedeva alle cose di casa, il cibo ai conigli e ai cani, e se non pioveva raccoglieva un po' di legna, o potava il pesco dietro casa, il filare della vigna, bruciava i tralci, ed era tutto perché olive da comprare, finito l'inverno, non ne aveva più.» (p. 106)

Marino Magliani "Prima che te lo dicano altri" (Chiarelettere, 2018)

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Conoscevo Filippo D'Eliso come musicista, eterno esploratore dello spazio in musica, ma non come poeta. In questa silloge scopro una forma di poesia liberissima, tanto da avvicinarsi molto all'aforisma, ma pregna di un sentire liminale, dove l'intero universo è percepito come una via del sé. D'Eliso attraversa i sentimenti umani con profonda levità. 

Ascolta una pietra 
caduta nello stagno di fango.
Gli uccelli volano basso 
e tutto è così mite intorno.
Qualcosa però si nasconde
nel sole. Presto sarà sera
e qualcuno andrà via.

Filippo D'Eliso "Lì un tempo fioriva il mio cuore" (RPLibri, 2020)

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Massimiliano Santarossa è l'ultimo comunista rimasto al mondo, mi correggo, lui si definisce anarchico, intendo dire che le atmosfere dei suoi romanzi sembrano appartenere ad altri tempi, nonostante il nichilismo di fondo e un immaginario di macerie, Santarossa sa sempre prendere le parti degli ultimi. Pane e ferro non è un libro per tutti, è un libro che racconta una fetta di realtà, un pezzo di storia del nostro Paese, è un romanzo potente e antico, come le nostre origini.

«Gli anni Ottanta colsero l'Italia intera impreparata, ma mica noi di qui: a Paesenovo non poteva fregarcene di meno, tanto che nessuno s'accorse, ma proprio per niente, del cambio di decennio.» 

Massimiliano Santarossa "Pane e ferro" (Biblioteca dell'Immagine, 2019)

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Daniela Matronola ha scritto una silloge che mi permetterei di inserire nella tradizione della poesia morale, si tratta di una riflessione sulla scrittura, sui grandi scrittori, e sull'umanità tutta, che parte dalla domanda di un cantuccio di pace in un mondo che sembra seminare insidie e scompiglio. Perché abbiamo bisogno di un tempo, oltre che di uno spazio, capace di lenire i mali del mondo, un tempo fatto di cura per la parola e per lo spirito.

Esiste, deve esistere un posto 
dove si venga inclusi e non rifiutati... 

Daniela Matronola "Tempo Tecnico" (RPLibri, 2019, pp. 123)

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Un libro epico, quello di Demetrio Paolin, in cui autobiografia e narrazione storica s'intrecciano, con uno stile evocativo di forte impatto, quasi un dialogo tra Demetrio e Geremia. Un libro mistico, di perdizione oserei dire, la religione nel suo senso più profondo è una forma di perdizione, smarrisce il soggetto nell'illimitato Dio.

«La profezia ti porta ad analizzare il tuo modo di leggere le scritture e a guardare dentro di te diversamente.» 

Demetrio Paolin "Anatomia di un profeta" (Voland, 2020)

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Chi sono

foto di Dino Ignani


Ho studiato Filosofia a Bari, ho fatto un anno di ricerca in Sociologia dell'immaginario al CeaQ (Sorbonne, Paris) e un master in Filosofia e Psicoanalisi a Roma all'Istituto di Filosofia e Psicoanalisi di Roma. Ho lavorato come docente in alcune scuole di scrittura creativa e scuole medie, ho tenuto corsi come operatrice letteraria in vari centri diurni di psichiatria. Ho frequentato un corso di editing alla Scuola Omero e il corso principe per redattori editoriali da Oblique Studio.

Ho pubblicato i romanzi: Fatti male (Gaffi; tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag), Homo homini virus (Meridiano Zero; Premio Carver 2015), Disturbi di luminosità (Gaffi; da cui lo spettacolo teatrale Disturbi, con regia di Olivia Balzar, andato in scena all'Ivelise di Roma nel novembre 2019), Brama (Perrone); le sillogi: Mancanza e Deserto (Premio Profumi di poesia 2018) e il saggio: Io Sono un'opera d'arte, viaggio nel mondo della performance art. 

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