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Consigli di lettura per il 2021



 

di Ilaria Palomba


Tra i libri che vi consiglio di leggere metterei al primo posto Cantico dell’abisso (Arkadia) di Ariase Barretta: un romanzo forte, che qualcuno ha definito osceno, storia d’amore incestuosa di un figlio per un padre, furiosa competizione con un fratello più amato, scoperta lenta e dolorosa della propria omosessualità. Osvaldo e Mauro si contendono le attenzioni di un padre irraggiungibile, dovendo sbaragliare le ingerenze di una serie di donne - non solo la madre - con l'attitudine di scalare una montagna piena di insidie. Quel che colpisce in Ariase è la qualità della prosa, la capacità di districarsi tra narrazione monologante - si tratta di un'intersezione di monologhi di più personaggi - e meditazione filosofica, il coraggio di una scrittura non convenzionale. Come l’autore stesso ha detto, questo è il suo libro più compiuto. È un romanzo forte, ma nella pornografia - nel senso in cui la intendeva Carmelo Bene - è sottesa la trama invisibile dell’inconscio. 

Tra gli scrittori anticonformisti indubbiamente merita tantissimo Martino Ciano, che con Oltrepassare (A&B editore) crea un gioco di chiaroscuri tra sogno e veglia, con stralci diaristici, che legano insieme una narrazione frammentaria - e in questo è la sua bellezza - entrando in modo delicato e tormentato nella vita della scrittrice Emma: donna che vive un’esistenza sulla soglia tra vita e morte, e dove la potenza della scrittura, a tratti di un lirismo sublime, si sviluppa in una trama intricata, che offre un confronto intimo tra autore e personaggio e ne sancisce l’identità, perché tutto è un sogno dentro un sogno. I protagonisti in realtà sono tre: Emma, Alfonso e il narratore stesso, e si muovono nell’atmosfera sopita di una Calabria contemporanea, con l’illusione di un futuro che resta illusorio, nel tentativo di oltrepassare la linea che divide l’infanzia dall’età adulta.

Tra gli esordi di quest’anno, in via di pubblicazione, va segnalato il romanzo di Marilena Votta Stati di desiderio (d editore), storia di Daniella, ragazza mulatta, nata da un matrimonio misto, con padre giamaicano. Daniella è un modo per dire al mondo io esisto, diversa e scomoda, ma esisto, e posso cambiare il flusso d'energia se entro in una stanza. Lei è straniera ovunque. In Italia è mezza nera e in Giamaica le direbbero che è mezza bianca. Marilena ha una scrittura sensoriale, tattile e visionaria.

Non diversamente da Barretta, merita una citazione anche Giovanni Lucchese, che con La sete (d editore) racconta la storia di “lui” e “lei”: nessuno ha un nome, e neanche un volto. Questo romanzo ci mette in contatto con il lato oscuro di ognuno di noi, allorché entriamo in una spirale discendente dalla quale possiamo salvarci soltanto con qualcosa di estremo. 

Tra gli scrittori italiani, uno dei miei prediletti da sempre è Massimiliano Santarossa che con A guardare il nord (edizioni Biblioteca dell’immagine) porta a compimento un progetto di scrittura ventennale, e raccoglie i suoi precedenti romanzi in un unico grande corpus; con una scrittura mista, piena di inserti saggistici sulla condizione politica ed economica attuale (e non solo, c’è proprio un excursus storico), realista, metallica, sempre attenta alla condizione degli ultimi tratteggia un paese sventrato. Una vocazione, quella di Massimiliano, a guardare tra le macerie della nostra civiltà.

Scrittura mista anche quella di Gabriella Romano, che ne Gli abbracci non dati (Porto Seguro) racconta la storia di una fede intramontabile, quella nel Gohonzon, nel buddismo di Nichiren, che permette alla protagonista/narratrice di entrare in molte vite con sguardo sempre compassionevole, amorevole. È un diario della quarantena scritto con cura, una cura che è vita, non solo la propria, la vita di chi resta mentre tutto crolla, e così intorno a lei, si dipanano le storie di molte persone che durante la pandemia hanno affrontato lutti, malattie, si sono specchiate - insieme a lei - in questa esistenza così vuota e così piena, dove solo chi persiste nella fede vince la morte. Un libro pieno di speranza e di coraggio.

Ho letto Lingua madre di Maddalena Fingerle (Italosvevo), romanzo vincitore del premio Calvino 2020, dalla prosa altissima. Il protagonista, Paolo Prescher è ossessionato dalle parole, ha una famiglia inquietante e disfunzionale. Bolzanino di nascita, si trasferisce a Berlino per lavorare come bibliotecario, per poi tornare a Bolzano, dove sarà obbligato a fare i conti con una pesante storia familiare. Un apolide semantico anziché metafisico - mi viene in mente la definizione cioraniana - che vive nell’ossessione della lingua: parole liquide, parole sporche - gioco sintattico e anagrammatico derivato dal suo nome - generano un flusso di coscienza davvero alla Svevo, dove la psicoanalisi - il rapporto tremendo con la madre - gioca un ruolo preminente. E nella tragedia non manca mai l’elemento cardine di ogni buona narrazione: l’ironia.

Tra le scoperte narrative di quest’anno altri due titoli Arkadia: Floridiana, di Emanuele Pettener, e Il fabbricante di giocattoli di Tito Barbini. Il primo racconta i tormenti della gelosia di Thomas, dentista in pensione che lascia la moglie April, convinto che lei lo tradisca con un vecchio compagno di corso. Siamo a Boca Raton, in Florida, dove imperversano le scuole di creative writing. Con gli amici del corso fa un viaggio intenso e pieno di piccanti sorprese, a Venezia, dove conosce una giovane argentina che lo seduce trascinandolo in un’avventura dall’aura magica. Una scrittura diretta e sfrontata, ironica e incredibilmente potente. Barbini, invece, ne Il fabbricante di giocattoli narra le multiple identità di Simón Radowitsky: anarchico, russo, ebreo, argentino naturalizzato, omicida del capo della polizia di Buenos Aires, militante in guerra, esule e fabbricante di giocattoli. Barbini ha una prosa brillante, ipnotica, che gioca sulle ripetizioni e spesso, ma non sempre, sulla paratassi. È interessante la riflessione che ne consegue sul concetto di identità e di anarchia.

Un testo che faciliterà il passaggio dalla prosa alla poesia è Fuoco sui ragazzi del coro di Carmine Mangone (autoproduzione), un saggio deleuziano e batailleiano che però a tratti diventa monologo, racconto intimo di un amore erotico, potentissimo, riflessione sull’amore in sé, che è pura poesia.

Tra i poeti, questa volta, vorrei fare una riflessione su una modalità di fare poesia che mi è molto cara, contrapposta alla poesia ironica degli slam (tanto in voga di questi tempi) è la poesia mistica, e tra i mistici annovero Carlo Ragliani, i cui versi concisi, essenziali, sono pugnalate precisissime, riflessioni filosofiche e teologiche sullo stigma: il segno che il dio biblico impose a Caino dopo aver ucciso il fratello. Questa silloge, Lo stigma (Pequod) è parte di una trilogia sacra, in cui l’uomo è costretto ad assistere al miracolo vivendo però nella morte, nel precipizio della caduta edenica, e dopo ogni modo di vivere è uno stato di morte o di grazia.

Le Ballate nere (Pequod) di Diego Riccobene, sono poesie barocche, di un'eleganza antica e nobile. Diego ritrova tradizioni che sembravano cancellate dalla banalità imperante, cerca il sacro nella parola poetica, e lo fa mediante un'oscurità creatrice, non scevra da un meticoloso lavoro di studio e ricerca estetica, dove l’estetica è la visione ontologica mediante i sensi.

Ologramma in La minore (Caosfera edizioni) di Giampaolo G. Mastropasqua è una silloge dove l’autore fonde ebbrezza orfica dei contenuti in forme metriche tradizionali non solo della poesia (dal monosillabo all'endecasillabo)  ma agisce attraverso la mente musicale dei canoni enigmatici e cancrizans di matrice fiamminga del 1400, la  teoria delle sfere di Platone e Boezio, la fisica quantistica, la geometria frattale, lo studio delle dinamiche caotiche in medicina, la teoria delle stringhe, l'acustica nel comporre i pattern d'onda dei fram-menti di DNA dell'uni-verso creando una composizione totale a due o più voci (io-tu, qui-li, io-Dio, Orfeo-Euridice, il poeta e la Musa, l'angelo e il duende) che si rincorrono in risonanza per tutto il libro per armonia d'opposti attraversando il nostro tempo Minore in tutte le tonalità musicali, nel bianco maggiore e nel nero minore per superare l'inferno della contemporaneità fino a risalire al macrotriangolo simbolico dell'altrove (i rombi e le clessidre non sono altro che somma di due triangoli). Un che trae ispirazione da Bach, traduzione in poesia della sua opera.  Ologramma a 432 hz per avviare una nuova epoca in risonanza con la frequenza curativa dell'universo (la frequenza della musica attuale fu corretta pare dai nazisti volutamente a 440 hz) si legge dall'inizio alla fine e capovolto dalla fine all'inizio, è abitato dal tempo binario, umano, e dal tempo ternario, divino.

L’umana ferocia (Kolibris) di Giorgio Anelli è tutta espressa nella parola outsider, nell’accanirsi del contesto con ferocia contro chi sfugge alle regole dell’uso e del consumo, una poesia politica, sociale, sulle orme di Cattaneo, ma non per questo meno religiosa, dove la religione è ciò che lega le persone ultime, prostitute, senzatetto, criminali e dannati: la bellezza dei bassifondi.

Convinta di esistere (Ensemble) di Lucia Brandoli è insieme fisica, estremamente carnale, e metafisica; sospesa tra il qui e ora, e una visione oltremondana, che si avvicina enormemente all'intuizione orientale; unica verità: essere nel Tutto. L’ispirazione nasce dal verseggiare onirico e incantatorio di Alejandra Pizarnik (un amore comune), Lucia fa un lavoro attento sul senso e sui sensi, sul sogno e sull’immagine velata di un sé che si svela.
Pentax K 100 (Ensemble) di Ilaria Grasso è un libro politico, su Letizia Battaglia. La poesia di Ilaria è intrisa di spirito ma anche di corpi. Questa è una silloge di corpi, di luoghi dell’anima, di ekphrasis, difatti l’autrice ha un grande talento nella descrizione della scena dell’arte. Quando si pensa a Letizia Battaglia non si può non pensare al corpo, anzi, ai corpi, e allo sguardo. La fotocamera è un grande occhio e Ilaria Grasso entra nell’occhio di Letizia Battaglia, lo fa suo, ne fa suo l’intento e la lotta. Ogni poesia è uno scatto, ma anche una microstoria, ogni poesia è un personaggio fotografato o un contesto.
Ho letto in anteprima L’età dell’uva di Mattia Tarantino, in via di pubblicazione per i tipi di Perrone, e posso dire che è una silloge di una maturità sconcertante, sulla morte e, anche qui, ritroviamo un flusso di coscienza lirico e frammentario che corrisponde ad altrettanti scatti sovraesposti, istanti di vita – perfino quotidiana – ritratti magistralmente. 
Dalla prefazione di Giorgio Ghiotti: «Vorrei notare un fatto: la vita, la morte, l’amore, sono solo accidenti nella poesia di Tarantino, possibilità di un’altra facoltà più alta e comprensiva che è la parola, la voce: e la poesia s’interessa di parole e s’intesse di voci. Non si dànno sentimenti fuori dagli alfabeti e dalle grammatiche. E forse vale lo stesso per la poesia di Tarantino. Per questo il poeta si fa abilissimo studioso di aspetti fondanti dell’esperienza poetica quali il ritmo, la sillaba, l’accento, la forma, ma digerendole come acquisizioni naturali, senza mai restarne prigioniero». Vorrei dire qualcosa però sulla sua precedente: Fiori estinti (Terra d’Ulivi), qui iniziava a delinearsi la voce poetica di Mattia Tarantino, una voce al confine tra corpo e spirito, una poesia metafisica e insieme carnale, non scevra dall’incessante riflessione filosofica sulla natura delle cose ultime, amore, morte, amicizia, stati mentali e, ancora, onirismo, inconscio.

In via di pubblicazione anche La simmetria dei corpi (Ensemble) di Ilaria Giovinazzo: una silloge sui sentimenti. Si tratta di poesie nate come racconto poetico di una storia d'amore, nelle sue varie fasi, dalla diffidenza iniziale alla fusione, alle immagini di futuro. In alcuni passaggi diventa un dialogo tra amanti, avendo a modello la storia d'amore di due poeti della Spagna musulmana dell'anno mille: Ibn Zaydun e Wallada. La prefazione è della poetessa siriana Maram Al Masri. C'è molta poesia araba in questi versi, influenze orientali, anche dal punto di vista religioso, alcune poesie sono molto brevi e ricordano gli haiku.
Breviario delle aberrazioni (Fallone) di Michele Paladino è un poema sull'estasi del desiderio come fondamento dell'esperienza poetica e artistica, soprattutto nella componente erotica e sprofondante dell'erotismo che porta all'estasi e alla distruzione del sé. Il sacro - molto presente nell'opera - è presentato come ospite impuro e perverso che spinge verso la soglia che porta gli uomini a riconoscersi nelle forme erotiche, quali possono essere le esperienze mistiche, le astrazioni ascetiche (Teresa d'Avola, Matilde di Magdeburgo); un fantasma sessuale che non cessa mai di palesarsi, anche come ragione profonda in Dio. Frutto di una ricerca sull'alterità e sull'esperienza-limite, sull' enquete dello scandalo che viene celato, represso dalla vita di tutti i giorni. Tradendo la tradizione, avendo repulsione per la falsa modernità dei rapporti sociali, il Breviario ricerca ciò che a noi è essenzialmente invisibile. 

Tornando alla saggistica, Non basta una parrucca (Fandango), di Antonio Veneziani e Ignazio Gori è un’inchiesta sul transgenderismo, raccoglie settanta interviste a donne “trans”. Mature o minorenni, professioniste del sesso e non. Sotto forma di intervista, monologo o annuncio pubblicitario, viene analizzato un universo limite, fino ad esplorare il “sesso fluido”, nuova frontiera sessuale. Un libro fatto di storie, di umanità e coraggio, corredato da un apparato di interviste supplementari, dove sono chiamati in causa studiosi o artisti che nel corso della loro carriera si sono occupati del mondo transgender.



 

 

 

 

 

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Chi sono

foto di Dino Ignani Ho studiato Filosofia a Bari, ho fatto un anno di ricerca in Sociologia dell'immaginario al CeaQ (Sorbonne, Paris) e un master in Filosofia e Psicoanalisi a Roma all'Istituto di Filosofia e Psicoanalisi di Roma. Ho lavorato come docente in alcune scuole di scrittura creativa e scuole medie, ho tenuto corsi come operatrice letteraria in vari centri diurni di psichiatria. Ho frequentato un corso di editing alla Scuola Omero e il corso principe per redattori editoriali da Oblique Studio. Ho pubblicato i romanzi: Fatti male (Gaffi; tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag), Homo homini virus (Meridiano Zero; Premio Carver 2015), Disturbi di luminosità (Gaffi; da cui lo spettacolo teatrale Disturbi, con regia di Olivia Balzar, andato in scena all'Ivelise di Roma nel novembre 2019), Brama (Perrone); le sillogi: Mancanza, Deserto (Premio Profumi di poesia 2018) e Città metafisiche (Ensemble); il saggio: Io Sono un'opera d'arte, viaggio nel mondo

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(foto di Dino Ignani) Rubrica di consigli letterari aggiornata aperiodicamente. Dicembre 2020 La città dei vivi è un libro non convenzionale, per molte ragioni: in primo luogo qui il linguaggio è trasparente, è un libro di vite, di corpi, di pulsioni, un romanzo perfettamente costruito, si potrebbe dire, se non si sapesse che tutto ciò che Nicola Lagioia ha scritto è realmente accaduto. È un libro realista? Sì, dal punto di vista dei fatti, dell’aderenza del racconto a una forma meticolosa di ricostruzione in cui l’autore sembra quasi sparire. Non lo è completamente, per fortuna, perché l’autore non scompare, assottiglia il linguaggio, si diceva, riporta la vita pura, la strada, il fuori, ma diventa personaggio, non solo narratore, e come tale è moralmente coinvolto nella tragica vicenda dell’omicidio Varani che ha sconvolto la città di Roma. Eppure Roma resta la città dei vivi, non la città dei morti, sono i vivi a parlare appropriandosi i morti, è sempre così.  L’indagine soci